Pitagora e Ippaso da Metaponto

E’ la storia del grande filosofo di Samo, riferita al periodo della sua vita in Magna Grecia, fra Crotone, Sibari e Metaponto. Per via di un  contrasto con Chilone, aristocratico crotonese, Pitagora, accompagnato da sua moglie Teanò e da sua figlia Damo, sposta la sua scuola da Crotone a Metaponto, dove divulga il suo sapere fra numerosi discepoli di ambo i sessi, fra cui Liside, Archippo, Aristoclea, Filolao, Archita e Ippaso. Quest’ultimo dimostra ben presto notevoli capacità in Matematica e in Filosofia, che lo porteranno fatalmente allo scontro col Maestro e alla sua conseguente rovina. L’amore ricambiato per Damo accompagna lo scienziato di Metaponto nell’ultimo periodo della sua vita. La fiducia nel progresso dell’uomo, in una scienza libera da coercizioni e impedimenti costituiscono il messaggio finale per gli spettatori disposti a riflettere su questa interessante vicenda del nostro passato.

Chijtarrid

E’ la storia di Eustachio Chita, materano, vissuto negli ultimi decenni dell’Ottocento. Più che come brigante, Eustachio qui appare come un giovane soprattutto sfortunato, che un cattivo rapporto con suo padre, un cattivo soggetto, avviò ad una vita piena di stenti e di miseria. Il suo carattere poi, insofferente e litigioso, compì il resto, portando Eustachio alla ribellione contro il mondo in cui visse, e questa ai delitti di cui si rese artefice. Pagò con la morte, quando non aveva ancora compiuto il trentaquattresimo anno di vita, ucciso probabilmente dai suoi stessi complici, fra cui non mancò suo cugino. I miseri infatti pagano sempre di persona e in ogni caso non sfuggono alla giustizia degli uomini.

Cristo qui non è disceso

L’atmosfera è quella del ricordo malinconico e nostalgico del mondo lucano, “ senza conforto, né dolcezza, senza peccato …” che perciò non meritò la redenzione della discesa del Cristo. Lo spettacolo, tratto dal “Cristo si è fermato a Eboli” e “L’orologio”, di Carlo Levi, è un tributo al contadino lucano, visto nei suoi rapporti con gli altri personaggi: i “luigini” che lo sfruttano, i vecchi medici ignoranti che lo uccidono, il prete che non lo ama. Lo sguardo si rivolge poi a due figure femminili diversissime: la dolcissima Luisa Levi, sorella di Carlo e la virago Giulia Venere, detta la santarcangiolese. L’amore dello scrittore torinese per la Lucania e per la sua gente, al di là delle tante discussioni sui perché e sui per come, avvenute dopo la sua morte, giustifica ampiamente oggi la sua sepoltura ad Aliano, dove tuttora riposa.

Fave e cicorie

La commedia si ispira ad un fatto accaduto agli inizi degli anni Cinquanta, il periodo delle lotte contadine e dell’occupazione delle terre. Don Ciccio Lomonaco, ricco signorotto locale, proprietario terriero, impone a Francesco Montemurro, per gli amici Ciccillo, un suo mezzadro lavoratore ed onesto, di produrre in tribunale una testimonianza falsa a suo favore  e contro una donna giovane e bella, Teresina, che ha illuso con la promessa di matrimonio. Ciccillo, uomo di saldi principi morali, fermamente convinto della giustizia degli uomini, si rifiuta di testimoniare il falso. Da qui cominciano i guai e le traversie per lui e per la sua famiglia. Don Ciccio, infatti, caccia Ciccillo dalla sua terra, mettendolo in una situazione di gravissimo disagio economico. 
Questi si difende, ricorrendo in tribunale. Le udienze subiscono continui rinvii e questo impoverisce sempre più la famiglia Montemurro. Alla fine, grazie all’abilità di un giovane avvocato materano, Calculli, Ciccillo vince la causa e vede finalmente coronato il suo desiderio, fino a quando un giorno…

Natale in casa Cappiello

Adattamento di Antonio Montemurro di Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo. Al centro della commedia, una famiglia, con un padre, considerato da tutti un inetto ed un ingenuo e per questo ignorato e trattato male, due genitori col problema dell’educazione dei figli e del matrimonio d’interesse di una loro figlia, un Presepio che non piace e non interessa  a nessuno, il mormorio del vicinato, sempre attento alle vicende degli altri. L’adattamento ha previsto aggiunte di parti tipicamente “ materane “, destinate a coinvolgere ancor più gli spettatori, che avranno motivo di ridere, commuoversi e riflettere. Questa volta però,  lo fanno … alla materana.

Giovancarlo Tramontano

Storia, amore, ambizione e riscatto: sono gli elementi che caratterizzeranno il dramma “Giovancarlo Tramontano, conte di Matera”, che sarà rappresentato dal 16 al 18 luglio e dal 5 al 7 agosto dalla compagnia “Talia teatro” sul piazzale del cinquecentesco e incompiuto castello Tramontano. Il lavoro, realizzato in occasione dei 500 anni della morte del conte, è stato illustrato oggi nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato il regista e attore Antonio Montemurro, lo storico Giovanni Caserta e l’assessore comunale alla Cultura, Jenny Visceglia. Il dramma, in sette quadri, ha preso spunto da un’opera di Gianbattista Cely Colajanni, edito nel 1869 presso la tipografia degli Accattoncelli.

La prima notte di Gesù

Un dramma storico in nove quadri sulla passione di Gesù. Prende spunto dai Vangeli di Matteo, Luca e Marco e dagli atti degli Apostoli. Il titolo allude alla notte/morte metaforica di un Gesù/uomo, compreso poco e male negli ultimi duemila anni. Soltanto due donne, la Maddalena e Claudia Procula, mogli edi Pilato, colgono a pieno la valenza rivoluzionaria del messaggio cristiano. Giuda pone in luce la questione del libero arbitrio, problema arduissimo di teologi, filosofi ed esegeti di tutti i tempi. Lo spattacolo pone l’accento sull’importanza delle opere di carità, senza le quali è difficile chiamarsi cristiani.

Chern e malsògn

E’ un lavoro di riscrittura di Antonio Montemurro, che trae spunto e adatta una commedia di Alexander Bissòn, “Jalòuse”  ( Gelosia). Una serie di equivoci, sospetti e gelosie caratterizzano le scene certamente molto esilaranti di questa commedia. Non mancano bugie e finzioni orchestrate a fin di bene, che danno luogo a situazioni intricate, che si concluderanno col ritorno della pace e della tranquillità nelle famiglie coinvolte. Ogni personaggio è assai ben caratterizzato. La conseguenza è che l’intreccio si svolge  piacevolmente, inducendo lo spettatore a ridere per tutta la durata dello spettacolo.

Filumena Marturano

Rimproverato da sua sorella Titina, perché i protagonisti delle sue commedie erano sempre maschili, Eduardo scrisse, per lei, Filumena Marturano, commedia in tre atti, rappresentata per la prima volta al teatro Politeama di Napoli nel 1946. E’ la storia di una madre ostinata, determinata, analfabeta, che intende realizzare il sogno della sua vita, la famiglia.  Per questo, non esita a porsi contro tutto e tutti. Medea al rovescio, Filumena non sacrifica i suoi figli, anzi, lotta per assicurare loro stabilità e dignità. La vicenda ruota intorno ai tre giovani senza un cognome. Questo non può non farci pensare alla sofferenza di Eduardo, per la sua condizione di figlio illegittimo di Edoardo Scarpetta, insieme ai fratelli Peppino e Titina. Alla ragione della legge scritta, Filumena oppone la ragione del cuore. Viene messo a fuoco il primo “ bisticcio “ fra giustizia e legalità, un tema molto caro all’Autore, che egli riprenderà, più tardi, con “Il sindaco del Rione Sanità.” Le lacrime di Filumena, alla fine della commedia, suggellano questo capolavoro, “ la più cara delle mie creature “ , come al grande Autore napoletano piacque definirla.

Medea

Giasone ripudia sua moglie Medea, per sposare Glauce, figlia di Creonte, re di Corinto e per avere diritto alla successione sul trono. Medea, emotiva e passionale, mostra un’ampia gamma di stati d’animo, che vanno da quello dell’amore materno a quello della vendicatrice più fredda e determinata. Decide di uccidere Glauce ed anche i suoi figli, per sconvolgere i piani del marito e per arrecargli il più grande dei dolori. La tragedia è essenzialmente incentrata sugli uomini, lasciando da parte gli dei, che non intervengono mai. Anzi: Giasone,verso la fine della vicenda, inveisce contro di essi, accusandoli, senza risposta, di non aver impedito la triste sorte dei suoi figli. Euripide giudica colpevole non solo Medea, esecutrice materiale del duplice delitto, ma anche Giasone, reo di aver ingannato sua moglie per un “letto migliore”.

Gennariello e Suicidio Collettivo

Gennariello La commedia è intrisa da una profonda malinconia dell’Autore per quegli uomini che, sempre attratti dalle grazie femminili e dalle lusinghe della giovinezza, non si rassegnano al passare del tempo e vivono in una famiglia che, essi pensano, non li circonda dell’amore e della considerazione che vorrebbero. Per un momento il protagonista viene attratto dalla stima e dalle lusinghe apparenti degli altri personaggi, che, invece, finiranno col prendersi gioco di lui. La moglie, davanti alle offese subite dal marito, reagisce difendendolo, mostrando che è lei colei che lo stima veramente. Il protagonista finisce col chiedere perdono a sua moglie, con cui si ricongiunge, per vivere gli ultimi anni della sua vita. Le scene esilaranti della commedia “addolciscono” il messaggio profondo che essa trasmette. Come sempre, lo spettatore viene invitato da Eduardo a sorridere, a commuoversi e a pensare, secondo i canoni della scrittura del grande drammaturgo napoletano. 

Suicidio Collettivo. Si tratta di un atto unico di Peppino De Filippo, adattato e tradotto in vernacolo materano, comprensibile da parte di tutti , da Antonio Montemurro, che ha curato anche la regia. E’ una farsa, un genere teatrale tanto caro al grande attore e drammaturgo napoletano, che narra la storia di uno scapolone, don Antonio, non più giovane, che sciupa i suoi averi col divertimento e col gioco delle carte, finendo col coprirsi di debiti. Personaggi molto comici danno luogo ad una successione di scene esilaranti, che utilizzano alcune delle chiavi più tradizionali della risata: il modo strano di parlare e di muoversi sulla scena, il difetto di pronuncia, l’equivoco. Si ride molto. Questo era importante per Peppino, che, per questo aspetto, fu certamente più vicino a suo padre, Edoardo Scarpetta, di quanto non lo fosse suo fratello Eduardo.

Salìt i m’nacèdd’r

La storia rappresenta una situazione tipica di un dopo funerale di casa nostra, con le condoglianze ( u salìt), il consolo ( u cunz), le chiacchiere degli amici. Tutto in chiave comica, con situazione  esilaranti che vi faranno morire dal ridere, intramezzate dagli interventi dei monacielli, ( u m’nacèdd’r ), che, sia pure in modo beffardo, proporranno alla vostra attenzione profonde verità. I dialoghi finali, fra il serio ed il faceto, vi offriranno spunti di riflessione importanti sugli aspetti di sempre della condizione umana.

Vuole essere, il nostro, un teatro in cui la parola dell’attore fa da ponte fra il pensiero dell’autore e quello dello spettatore. E’ questo il mio modo di concepire il teatro: un’occasione per emozionarsi, ridere, piangere e pensare… 

Il tutto nella splendida cornice di un teatro scavato nel tufo dei nostri Sassi, dove la parola dell’attore rievoca le storie e le voci di quelli che abitarono e vissero in queste grotte, che ancora oggi rimandano un’eco antica della vita di un tempo.